George Best – John Lynch Matt Busby – Ian Bannen Bobby Charlton – Jerome Flynn Nobby Styles – Ian Hart Annie – Patsy Kensit Denis Law – Linus Roache Rocky – Adrian Lester Tommy Docherty – David Hayman Dickie Best – James Ellis Rodney Marsh – Roger Daltrey Eva Haraldstedt – Sophie Dahl Fraser Crane – Stephen Fry Bob Bishop – Jim Sheridan Night Huntress – Sara Stockbridge Intervistatore – Clive Anderson
Nel 1994, GEORGE BEST si guadagna da vivere sfruttando soltanto la nostalgia. Insieme al suo ex compagno di squadra, RODNEY MARSH, arriva a Belfast per prendere parte a uno spettacolo in un locale deprimente, che pretenderebbe di essere il club ufficiale dei sostenitori locali del Manchester United. La serata è un mezzo disastro, con un pubblico di ubriachi e attaccabrighe. Dopo lo spettacolo, Best si addormenta, e sogna i tempi passati, e in particolare MATT BUSBY, il suo capo e mentore al Manchester United Football Club. Quando Rodney lo chiama e lo sveglia, quella serata insignificante diventa memorabile: gli dice che Busby è morto la sera prima. Bishop, un talent–scout incaricato dal Club di Busby di scovare giovani promesse a Belfast, propone George per il Manchester United che sta per essere riorganizzato. Best intraprende la strada che lo porterà alla fama grazie a un talento che gli attira simpatie ancor prima di poter dimostrare davvero le sue capacità professionali. Il trionfo professionale è rapido e senza riserve. Alla fine della sua adolescenza, Best segna gol, guadagna soldi, è pieno di donne e la sua reputazione cresce sempre di più. Il riconoscimento internazionale arriva con la sua prima uscita in Europa. Al suo ritorno, viene chiamato “El Beatle” e da quel momento la stampa non gli darà più respiro. Considerato un “ragazzo d’oro dal piede d’oro”, le sue prestazioni saranno eccezionali partita dopo partita, stagione dopo stagione, campionato dopo campionato; ma l’autostima e la soddisfazione personale gli sfuggono e Best cercherà conforto nella bottiglia. Guardando il suo rapporto con l’alcol possiamo ricostruire il difficile percorso della sua vita. La pallina da tennis con cui si allenava da bambino a Belfast Est. L’alcolismo nascosto della madre e il bisogno di George di guadagnarsi la sua approvazione. I primi anni passati da apprendista a Manchester. Le sue prime partite da professionista per il Club. La Coppa Europa. Il premio come Calciatore dell’Anno nel 1968. Le folle. L’adulazione e tutto ciò che comporta. La sua genialità sempre più evidente come giocatore. I suoi tentativi di mantenere la forma fisica dopo anni in cui il suo talento e la sua forma erano del tutto naturali. La sua autodistruzione, l’odio e il disgusto per se stesso. Il sacrificio della privacy. Le feste. Gli allenamenti dopo una sbronza. Gli allenamenti saltati. Le debolezze. Con le donne, col bere, e poi bere ancora di più. I momenti gloriosi in cui sentiva di poter cancellare quelli brutti, e la fragilità della sua sensibilità artistica, forse all’origine della sua caduta. Da ragazzo conquistava il mondo con un pallone tra i piedi, era il migliore e sapeva di esserlo. Nessuno poteva fermarlo quando spiccava il volo. Nessuno poteva stare dietro ai suoi passi di danza. Adesso però doveva ballare solo. Poi tutto gli crolla addosso; il mondo lo osserva solo per vederlo fallire, e ha la sensazione che anche Busby lo abbia abbandonato. Le cose che lo trattenevano si sguinzagliano e lui le lascia andare; è un lento riemergere con il pallone tra i piedi; sei difensori che lo sfidano a segnare. E quando a San José segna un gol che nessuno potrà mai dimenticare, si lancia in una corsa contro la folla inferocita della polizia, dei media e di tutti gli altri spettatori che lo sfidano a liberarsi… La corsa per il gol: ritrovare quel ruggito della folla, l’euforia, la libertà e la fuga…. “Io sapevo davvero giocare a calcio… e questo nessuno…mai… potrà portarmelo via.” Fatto il viaggio, finito il funerale; mentre echeggiano le lodi e gli omaggi per Busby, George Best finalmente fa pace con lui e con il suo passato.